TORINO. Museo Civico d’Arte Antica, Polittico con “ Assunzione della Vergine, Santi e offerenti”

Torino Assunzione Oddone-M0003092Olio su tela, 248 x 66,5 cm. Realizzato tra il 1520 e il 1525 – Numero inventario 0388/D

Il polittico è ora provvisto della cimasa, reperita nel novembre 1988 nelle cantine juvarriane, che fu assemblata all’insieme in occasione del restauro del febbraio 1989 (cfr. scheda 1513/L).

Questo dipinto fu attribuito a Oddone Pascale da Anna Maria Brizio.
Si tratta di un trittico che, nella parte centrale, ospita la figura dell’Assunta in piedi, con angioletti intorno. In alto le figure di Cristo, della colomba dello Spirito Santo e di Dio Padre. In basso gli Apostoli che contemplano la tomba che contiene solo fiori.
I due scomparti laterali sono divisi in due da colonne e cimasa. Le figure in alto sono a mezzo busto, quelle in basso a figura intera. I nomi dei Santi sono scritti in latino accanto al loro capo.
Lo scomparto a sinistra reca in alto la figura a mezzo busto di san Giovanni battista, con la croce astile, un libro con sopra un agnello.
In basso, una figura con saio e mantello grigi (la veste di lana grezza di colore cinerino-bigio era quella tradizionale dei francescani), in mano gigli (simbolo di castità), e il bastone a Tau (che all’epoca del dipinto non era ancora stato dichiarato appannaggio del solo sant’Antonio abate), con un’aureola raggiata, indicativa della condizione di beato. La scritta col nome non è perfettamente leggibile, ma le caratteristiche permetterebbero di ipotizzare l’identificazione con Giovanni Buralli (Parma, 5 marzo 1208 – Camerino, 19 marzo 1289), che fu generale dell’ordine francescano, teologo; nell’ultima parte della vita fu eremita, ma beatificato solo nel 1777 da Pio VI, anche se forse “ufficiosamente” era già considerato beato. La figura protegge o presenta alla Vergine l’offerente inginocchiato, in abito rosso e mantello nero, tiene le mani giunte che reggono il cappello.
Nello scomparto a destra, in alto san Giuseppe, la scritta lo identifica con certezza, in abito nero e mantello rosso, appoggia la mano sinistra a un bastone a Tau e regge con la destra un’asta su cui è una colomba (invece della consueta verga fiorita, ma comunque sono due iconografie tratte dai Vangeli apocrifi: nel Protovangelo di Giacomo è detto che, per la scelta dello sposo di Maria, i celibi lasciarono al Tempio i loro bastoni e quello di Giuseppe fiorì e da esso uscì una colomba).
In basso, santa Chiara d’Assisi – con saio cinerino-bigio, cordone, mantello e velo bianco e nero, abito ordinario delle Clarisse e nell’abituale iconografia con l’ostensorio e un libro – presenta una offerente, inginocchiata a mani giunte, vestita di un saio grigio come la Santa, cordone con nodi, ma velo bianco lungo, quindi presumibilmente una novizia.

Nota:
Con mail all’Afom del 8 febbraio 2021 il dott. Simone Baiocco di Palazzo Madama, scrive:
“Il polittico inv. 388/D cui si fa riferimento era stato in passato attribuito a Pascale, ma direi senza fondamento; se finora non sono tornato sull’argomento è perché ancora non è chiaro un modo più corretto di definirne lo stile. Sembra però confermato che l’opera provenga da Lanzo, da dove passò alla importantissima collezione Fontana, donata al Museo nel 1909.”

Bibliografia:
– Brizio A.M. , La pittura in Piemonte dall’età romanica al Cinquecento, Torino 1942, pp. 248 s.
– Mallè L. (a cura di), I dipinti del Museo d’arte antica.Catalogo, Torino 1963, p. 144

Immagine e parte delle informazioni da:
https://www.palazzomadamatorino.it/it/le-collezioni/catalogo-delle-opere-online/assunzione-della-vergine-santi-offerenti

PORTOFINO (Ge). Tempera su tela proveniente da Finalborgo: “La regina di Saba e Salomone”.

Tela_Regina Saba Oddone-coll- privataCollezione privata, ubicazione sconosciuta (è stata indicata la località di Portofino solo ai fini di catalogazione e di ricerca).

Dal complesso dalla chiesa domenicana di Santa Caterina a Finalborgo provenivano anche quattro tempere a monocromo su tela raffiguranti episodi dell’Antico Testamento con protagoniste quattro figure femminili: Ester, Giuditta, Abigail e la regina di Saba.
Le tele risultano negli inventari dei beni del Convento, ma, dopo la sua soppressione del 1864, confluirono nella parrocchiale di San Biagio, assieme ad altri dipinti e marmi, e nel 1865 erano a disposizione della Fabbriceria di quella chiesa e, negli anni successivi, furono vendute a più acquirenti.

descrimage0Le tele, secondo Caldera (2008, p. 247 n. 137), «facevano verosimilmente parte della cortina di protezione del polittico», eseguito da Oddone Pascale nel 1533 per la Chiesa di Santa Caterina e raffigurante il martirio di santa Caterina.
Angela Accordon (SBSAE Liguria) però rileva che le tele sono di formato più altro rispetto a quello dell’ancona, ciò farebbe pensare che non siano state realizzate per stare insieme con essa, pur essendo stilisticamente molto vicine. Probabilmente si trattò di due commissioni diverse. L’idea che le quattro tele potessero formare un insieme con l’ancona, probabilmente nasce dal confronto con la Pala del Rosario per la chiesa di San Giovanni a Saluzzo, che ha ante laterali con soggetti simili e con poche variazioni rispetto a quelli delle tele dipinte per Finalborgo
descrimage1Due tele si trovano a Portofino nel Castello Brown, vedi schede relative.

Le altre due tele sono in collezioni private in ubicazione sconosciuta.
Una di esse raffigura “La regina di Saba e Salomone” e misura 230,5 x 166 cm.

Bibliografia:
– Caldera M., Ad radicem Vesulli, terra Salutiarum, vicis et castellis satis frequens»: percorsi figurativi nel marchesato fra Quattro e Cinquecento, in: Arte nel territorio della diocesi di Saluzzo, a cura di R. Allemano – S. Damiano – G. Galante Garrone, Savigliano CN 2008
– Castelnovi, I dipinti, in La chiesa e il convento di S. Caterina in Finalborgo, SAGEP Libri & Comunicazione, Genova 1982, pp. 61-63

Immagine e parte delle notizie tratte da un pannello esplicativo in Castello Brown a Portofino.

 – Vedi presentazione di Angela Crosta: Oddone politt SALUZZO-15-10-21

 – Vedi video di Angela Crosta: https://youtu.be/rkFEWNHucH0

PORTOFINO (Ge). Tempera su tela proveniente da Finalborgo: “Abigail placa l’ira di Davide”.

Tela Abigail ODDONE -coll_privataCollezione privata, ubicazione sconosciuta (è stata indicata la località di Portofino sole per esigenze di catalogazione e di ricerca)
Dal complesso dalla chiesa domenicana di Santa Caterina a Finalborgo provenivano anche quattro tempere a monocromo su tela raffiguranti episodi dell’Antico Testamento con protagoniste quattro figure femminili: Ester, Giuditta, Abigail e la regina di Saba.
descrimage0Le tele risultano negli inventari dei beni del Convento ma, dopo la sua soppressione del 1864, confluirono nella parrocchiale di San Biagio, assieme ad altri dipinti e marmi, e nel 1865 erano a disposizione della Fabbriceria di quella chiesa e, negli anni successivi, furono vendute a più acquirenti.
Le tele, secondo Caldera (2008, p. 247 n. 137), «facevano verosimilmente parte della cortina di protezione del polittico», eseguito da Oddone Pascale nel 1533 per la Chiesa di Santa Caterina e raffigurante il martirio di santa Caterina.
Angela Accordon (SBSAE Liguria) però rileva che le tele sono di formato più altro rispetto a quello dell’ancona, ciò farebbe pensare che non siano state realizzate per stare insieme con essa, pur essendo stilisticamente molto vicine. Probabilmente si trattò di due commissioni diverse. L’idea che le quattro tele potessero formare un insieme con l’ancona, probabilmente nasce dal confronto con la Pala del Rosario per la chiesa di San Giovanni a Saluzzo, che ha ante laterali con soggetti simili e con poche variazioni rispetto a quelli delle tele dipinte per Finalborgo
Due tele si trovano a Portofino nel Castello Brown, vedi schede relative.

descrimage1Le altre due tele sono in collezioni private in ubicazione sconosciuta.
Una di esse raffigura “Abigail placa l’ira di Davide” e misura 230,5 x 166 cm.

Bibliografia:
– Caldera M., Ad radicem Vesulli, terra Salutiarum, vicis et castellis satis frequens»: percorsi figurativi nel marchesato fra Quattro e Cinquecento, in: Arte nel territorio della diocesi di Saluzzo, a cura di R. Allemano – S. Damiano – G. Galante Garrone, Savigliano CN 2008
– Castelnovi, I dipinti, in La chiesa e il convento di S. Caterina in Finalborgo, SAGEP Libri & Comunicazione, Genova 1982, pp. 61-63

Immagine e parte delle notizie tratte da un pannello esplicativo in Castello Brown a Portofino.

 – Vedi presentazione di Angela Crosta: Oddone politt SALUZZO-15-10-21

 – Vedi video di Angela Crosta: https://youtu.be/rkFEWNHucH0

PORTOFINO (Ge). Castello Brown. Tempera su tela “Giuditta e Oloferne”.

GIUDITTA-Portofino-ODDONE1Castello Brown, Via alla Penisola, 1

Dal complesso dalla chiesa domenicana di Santa Caterina a Finalborgo provenivano anche quattro tempere a monocromo su tela raffiguranti episodi dell’Antico Testamento con protagoniste quattro figure femminili: Ester, Giuditta, Abigail e la regina di Saba.
Le tele risultano negli inventari dei beni del Convento, ma, dopo la sua soppressione del 1864, confluirono nella parrocchiale di San Biagio, assieme ad altri dipinti e marmi, e nel 1865 erano a disposizione della Fabbriceria di quella chiesa e, negli anni successivi, furono vendute a più acquirenti.

Due tele sono attualmente in collezioni private, di cui è sconosciuta l’ubicazione.

Le altre due tele si trovano a Portofino nel Castello Brown e furono probabilmente acquistate intorno al 1870 dal console britannico Yeats-Brown, personaggio interessato al mondo dell’arte e mecenate, nonché all’epoca proprietario del castello.

descrimage0Le tele, secondo Caldera (2008, p. 247 n. 137), «facevano verosimilmente parte della cortina di protezione del polittico», eseguito da Oddone Pascale nel 1533 per la Chiesa di Santa Caterina e raffigurante il martirio di santa Caterina. Però Angela Accordon (SBSAE Liguria) rileva che le tele sono di formato più altro rispetto a quello dell’ancona, ciò farebbe pensare che non siano state realizzate per stare insieme con essa, pur essendo stilisticamente molto vicine. Probabilmente si trattò di due commissioni diverse. L’idea che le quattro tele potessero formare un insieme con l’ancona, probabilmente nasce dal confronto con la Pala del Rosario per la chiesa di San Giovanni a Saluzzo, che ha ante laterali con soggetti simili e con poche variazioni rispetto a quelli delle tele dipinte per Finalborgo.

Le tele a Portofino misurano 230,5 x 166 cm.
Queste ultime, inviate al restauro nel 2013 per ovviare al degrado della pittura, sono tornate nel 2017 nel castello Brown. I restauri sono stati eseguiti da Carla Campomenosi Oberto e Margherita Levoni de “Martino Oberto studio Opere d’arte”, sotto la direzione di Angela Acordon della SBSAE Liguria. Le opere sono attualmente protette da una struttura in plexiglas.

confronto 2 Giuditta

descrimage1La tela di “Giuditta e Oloferne”, o meglio “Giuditta con la testa di Oloferne”, ha caratteristiche simili alla analoga raffigurazione che si trova nell’anta a destra della pala di Saluzzo del 1535.
Vedi immagine di confronto.
L’eroina è in piedi, tiene con la mano destra un’arma da taglio e con la sinistra regge per i capelli la testa mozzata di Oloferne, il cui corpo giace sulla sinistra del dipinto, individuabile anche per la scritta soprastante: “HOLOFERNES”. Un’ancella aiuta Giuditta a mettere in un sacco la testa. Dietro le donne vi è un paesaggio con un accampamento militare e, sullo sfondo, un castello.
Riguardo all’arma che tiene in mano Giuditta, ha lama curva e un solo tagliente, quindi non è una spada, ma un tipo di scimitarra, tipica dell’Asia occidentale, ma che era ben nota all’epoca anche in Europa perché kilij e shamshir erano usati dai guerrieri dell’impero ottomano (Turchi, Saraceni…). Quindi è comprensibile perché il pittore abbia posto in mano all’eroina ebrea un’arma tipicamente orientale.

Il castello di San Giorgio a Portofino risale al XV secolo. Dopo il Congresso di Vienna, con il passaggio di Portofino al Regno d’Italia, la fortezza perse la sua importanza strategica e militare: venne dismessa e disarmata definitivamente nel 1867 e acquistata dal console Inglese Montague Yeats Brown, da cui il nome attuale del castello. Brown affidò il compito di restaurarlo all’architetto Alfredo de Andrade e all’ingegnere Pietro Tamburelli e l’edificio venne completamente trasformato in residenza privata senza snaturarlo. L’ultimo proprietario del castello fu l’inglese John Baber. Dal 1961 è di proprietà del Comune di Portofino che utilizza il castello come sede di esposizioni culturali.

Bibliografia:
– Caldera M., Ad radicem Vesulli, terra Salutiarum, vicis et castellis satis frequens»: percorsi figurativi nel marchesato fra Quattro e Cinquecento, in: Arte nel territorio della diocesi di Saluzzo, a cura di R. Allemano – S. Damiano – G. Galante Garrone, Savigliano CN 2008
– Castelnovi, I dipinti, in La chiesa e il convento di S. Caterina in Finalborgo, SAGEP Libri & Comunicazione, Genova 1982, pp. 61-63

Immagine per gentile concessione del Comune di Portofino
Parte delle notizie tratte da un pannello esplicativo in Castello Brown a Portofino.

 – Vedi presentazione di Angela Crosta: Oddone politt SALUZZO-15-10-21

 – Vedi video di Angela Crosta: https://youtu.be/rkFEWNHucH0

PORTOFINO (Ge). Castello Brown. Tempera su tela “Ester davanti ad Assuero”.

descrimage0Ester -PortofinoODDONEEster -PortofinoODDONECastello Brown, Via alla Penisola, 1

Dal complesso dalla chiesa domenicana di Santa Caterina a Finalborgo provenivano quattro tempere a monocromo su tela raffiguranti episodi dell’Antico Testamento con protagoniste quattro figure femminili: Ester, Giuditta, Abigail e la regina di Saba.
Le tele risultano negli inventari dei beni del Convento, ma, dopo la sua soppressione del 1864, confluirono nella parrocchiale di San Biagio, assieme ad altri dipinti e marmi, e nel 1865 erano a disposizione della Fabbriceria di quella chiesa e, negli anni successivi, furono vendute a più acquirenti.
Due tele sono attualmente in collezioni private, di cui è sconosciuta l’ubicazione.

Le altre due tele si trovano a Portofino nel Castello Brown e furono probabilmente acquistate intorno al 1870 dal console britannico Yeats-Brown, personaggio interessato al mondo dell’arte e mecenate, nonché all’epoca proprietario del castello.
Le tele, secondo Caldera (2008, p. 247 n. 137), «facevano verosimilmente parte della cortina di protezione del polittico», eseguito da Oddone Pascale nel 1533 per la Chiesa di Santa Caterina e raffigurante il martirio di santa Caterina.
Angela Accordon (SBSAE Liguria) però rileva che le tele sono di formato più alto rispetto a quello dell’ancona, ciò farebbe pensare che non siano state realizzate per stare insieme con essa, pur essendo stilisticamente molto vicine. Probabilmente si trattò di due commissioni diverse.
L’idea che le quattro tele potessero formare un insieme con l’ancona, probabilmente nasce dal confronto con la Pala del Rosario per la chiesa di San Giovanni a Saluzzo, che ha ante laterali con soggetti simili e con poche variazioni rispetto a quelli delle tele dipinte per Finalborgo.

descrimage1Le tele a Portofino misurano 230,5 x 166 cm.
Queste ultime, inviate al restauro nel 2013 per ovviare al degrado della pittura, sono tornate nel 2017 nel castello Brown. I restauri sono stati eseguiti da Carla Campomenosi Oberto e Margherita Levoni de “Martino Oberto studio Opere d’arte”, sotto la direzione di Angela Acordon della SBSAE Liguria. Le opere sono attualmente protette da una struttura in plexiglas.

Una delle tela conservate a Portofino raffigura “Ester davanti ad Assuero” e presenta caratteristiche simili alla analoga raffigurazione nell’anta destra della pala di Saluzzo.
Ester è inginocchiata davanti al trono, rialzato da due gradini, su cui siede il re che ha alla sua sinistra figure di cortigiani. Il tempio sullo sfondo ha un’impostazione prospettica che rivela la conoscenza delle opere di Raffaello.
La figura della donna inginocchiata presenta somiglianze anche con quella della tela in collezione privata raffigurante “Abigail placa l’ira di Davide”, dove però il re è in piedi.
confronto 3 soggetti-Ester-ODDONEVedi immagine di confronto.

Il castello di San Giorgio a Portofino risale al XV secolo. Dopo il Congresso di Vienna, con il passaggio di Portofino al Regno d’Italia, la fortezza perse la sua importanza strategica e militare: venne dismessa e disarmata definitivamente nel 1867 e acquistata dal console Inglese Montague Yeats Brown, da cui il nome attuale del castello. Brown affidò il compito di restaurarlo all’architetto Alfredo de Andrade e all’ingegnere Pietro Tamburelli e l’edificio venne completamente trasformato in residenza privata senza snaturarlo. L’ultimo proprietario del castello fu l’inglese John Baber.
Dal 1961 è di proprietà del Comune di Portofino che utilizza il castello come sede di esposizioni culturali.

Bibliografia:
– Caldera M., Ad radicem Vesulli, terra Salutiarum, vicis et castellis satis frequens»: percorsi figurativi nel marchesato fra Quattro e Cinquecento, in: Arte nel territorio della diocesi di Saluzzo, a cura di R. Allemano – S. Damiano – G. Galante Garrone, Savigliano CN 2008
– Castelnovi, I dipinti, in La chiesa e il convento di S. Caterina in Finalborgo, SAGEP Libri & Comunicazione, Genova 1982, pp. 61-63

Immagine per gentile concessione del Comune di Portofino
Parte delle notizie tratte da un pannello esplicativo in Castello Brown a Portofino.

 – Vedi presentazione di Angela Crosta: Oddone politt SALUZZO-15-10-21

 – Vedi video di Angela Crosta: https://youtu.be/rkFEWNHucH0

CENTALLO (CN). Cappella di San Giovanni Evangelista, affreschi di Oddone Pascale.

CENTALLO affresco-sangiovanniLa cappella di San Giovanni Evangelista sorgeva fuori dalle antiche mura di Centallo sulla via che porta a Cuneo; il suo interno è interamente ricoperto di affreschi che raffigurano episodi della vita di san Giovanni Evangelista e una Madonna in trono sovrastata da una Trinità probabilmente di mano diversa e molto abile.
La committenza degli affreschi sarebbe riconducibile ai Bolleri, titolari di feudi in Provenza e imparentati, dal 1550, con il capitano milanese Gian Giacomo Trivulzio.
La data ‘1520’ graffita su un affresco della parete destra, in basso, è il termine ante quem utile alla datazione degli affreschi, anche se Giovanna Galante Garrone esprime dubbi sull’attendibilità di tale data per la loro realizzazione, ma non ci sono documenti o informazioni storiche che possano fornire più precise indicazioni.

Complesse sono le questioni attributive.
Per Galante Marrone, nel testo del 1994, il ciclo potrebbe situarsi “in un ampio arco cronologico che va dagli esordi di Hans Clemer sulla fine del Quattrocento, alle prime testimonianze sicure di Oddone Pascale a Staffarda, Finale Ligure e Saluzzo” (nella chiesa centellese di San Michele c’è un dipinto raffigurante la Vergine col Bambino che concordemente è attribuito ad Hans Clemer).
Il ciclo di san Giovanni, almeno in parte, secondo Galante Garrone, potrebbe essere attribuito a Pietro Dolce, soprattutto in riferimento alle grottesche presenti negli affreschi, simili ad altre dipinte dall’artista intorno alla metà del secolo. Tale attribuzione era stata già da lei indicata nella voce dedicata a Dolce sul Dizionario Biografico degli Italiani Treccani, 1991. Sembra che Dolce sia stato allievo di Oddone Pascale, ma non ci sono documenti a conferma. L’attribuzione a Pietro Dolce, però, se si accetta la data del 1520, comporta un’anticipazione notevole dell’inizio della sua attività.
Invece Simone Baiocco, nel 2002, ribadisce che il contesto pittorico “è dominato da Oddone Pascale” e “si riconosce una lezione strettamente influenzata da Gandolfino da Roreto” e una possibile connessione con le tre tavole al Museo di Alessandria. Gli affreschi quindi sarebbero “in relazione più o meno diretta con Oddone Pascale” ed è ipotizzabile che siano opere giovanili, analogamente al pilone di Ruffia.
Descrizione degli affreschi.
Centallo_sawww.viverecervasca.itI pennacchi delle volte presentano grottesche a colori che si inseriscono in quelle monocrome, in basso.
Le storie rappresentano episodi tratti da La legenda aurea di Jacopo da Varagine e sono corredate da iscrizioni in un latino sgrammaticato, con dialoghi a botta e risposta che ricordano, secondo Galante Garrone, una rappresentazione teatrale (le rare iscrizioni latine nelle opere sicuramente di Oddone Pascale, invece, sono scritte in modo più corretto).
I vari episodi della vita del Santo si dipanano ordinatamente a partire dalle vele della volta, in senso antiorario, e poi sulle pareti:
1) San Giovanni, giovane e imberbe, sta entro un calderone d’olio bollente a Porta Latina, ritto di fronte all’imperatore Domiziano;
2) sopravvissuto al supplizio, Giovanni è relegato nell’isola di Patmos dove scrive l’Apocalisse;
3) successivamente arriva nella città di Efeso e resuscita la discepola Drusiana;
4) il filosofo pagano Cratone aveva ordinato a due giovani ricchi di frantumare con martelli le loro pietre preziose come segno di disprezzo dei beni terreni, ma Giovanni condanna la vanità dell’azione e reintegra le pietre che avrebbero dovuto essere donate ai poveri (il filosofo e i due giovani si convertono al Cristianesimo).
Nelle pareti: quella sinistra, alla sommità, presenta un interno con giocatori di carte, poi
5) il Santo con due discepoli che considerano la miseria dei loro abiti e lo sfarzo di quelli dei loro servi. Cadute di intonaco lasciano solo una figura di diavolo;
6) la parete destra, molto più lacunosa, presenta il seguito della vicenda: il Santo manda i giovani a raccogliere sassi e fuscelli e poi li trasforma in gemme e oro, che i gioiellieri dichiarano di non aver mai visto “tam purum aurum e tam pretiosas gemmas”. Giovanni poi, constatata l’avidità dei due giovani, li invita a riprendersi le ricchezze terrene, perdendo quelle celesti. La vicenda segue nella parete opposta: i due giovani ricchi, pentiti, chiedono misericordia e Giovanni ritrasforma l’oro e le gemma in fuscelli e ciottoli, riportando i due alla Grazia divina;
7) nella parte inferiore della parete sinistra, a destra, la vicenda del giovane morto dopo soli trenta giorni dalle nozze, la cui madre e la moglie pregano il Santo che lo resuscita;
8) il Santo accetta la sfida degli idolatri e fa crollare il loro tempio e la statua di Diana;
9) sulla parete opposta, a Giovanni viene dato una coppa di veleno, del quale era stata provata l’efficacia su due condannati a morte,
10) il Santo, dopo aver fatto sopra la coppa il segno della croce che elimina il veleno che esce sotto forma di piccolo drago, beve il liquido e non ne riporta danni. Il sacerdote pagano Aristodemo lo sfida a resuscitare i due morti avvelenati, cosa che avviene ponendo su di essi la tunica del Santo;
11) Il ciclo si conclude sulla parete di fondo: Giovanni, anziano, è chiamato a Cristo da una forte luce che abbaglia i discepoli.

L’affresco sopra l’altare fu rovinato dalla costruzione, dopo il 1770, dell’alzata dell’altare in muratura e stucchi marmorizzati. Vi è raffigurata la Madonna che ha sulle ginocchia il Bambino; entrambi tengono una mano sul Libro. Ai lati due angeli che suonano strumenti musicale. Lo sfondo è un dolce paesaggio collinare.
L’affresco, dipinto successivamente alla pareti, è di migliore qualità rispetto agli altri e si può supporre che all’esecuzione abbia collaborato un altro artista di elevato livello, influenzato, scrive Galante Marrone, da “una ascendenza leonardesca o bramantina”.
La raffigurazione sopra la Vergine non è una tradizionale “pietà”, ma è una rara “Trinità“, infatti il Cristo morto è in grembo a Dio Padre.

Storia dell’edificio:
Non si hanno notizie storiche sull’origine della cappella, formata da un vano quadrato con la volta a crociera senza costoloni, secondo tipologie costruttive quattrocentesche. Il restauro del 1993, ha riportato in luce le due larghe finestre laterali.
La cappella presenta un piccolo portico davanti all’ingresso; sopra la porta è affrescata un’Annunciazione del XVII secolo. Nel 1664, durante la visita pastorale di mons. Reggiamo, la cappella era chiusa da cancelli di legno e aveva davanti un portico rustico, con in fronte già “la bella immagine dell’Annunciata”. Nel 1751 l’Arcivescovo Rodero diede ordine di togliere il cancello e chiudere la cappella con il muro tuttora esistente con le due finestre lai lati della porta e l’apertura superiore.

Bibliografia:
– Galante Marrone G.; Mettiti G., Il Ciclo pittorico cinquecentesco di San Giovanni Evangelista a Centallo, Società per gli Studi Storici, Archeologici ed Artistici della provincia di Cuneo, Cuneo 1994 (da: Bollettino della società degli studi storici, archeologici e artistici della provincia di Cuneo n° 111, 1994 op. 15-27) che contiene un’ampia bibliografia sull’opera.
– Baiocco S., Oddone Pascale e l’eredità di Gandolfino da Roreto nel Piemonte meridionale, in Intorno a Macrino d’Alba. Aspetti e problemi di cultura figurativa del Rinascimento in Piemonte. Atti della Giornata di studi, Alba 2001, Savigliano CN 2002, pp. 103-116
– Caldera M., «Ad radicem Vesulli, terra Salutiarum, vicis et castellis satis frequens»: percorsi figurativi nel marchesato fra Quattro e Cinquecento, in: Arte nel territorio della diocesi di Saluzzo, a cura di Allemano R.; Damiano S.; Galante Garrone G., Savigliano CN 2008, pp. 245-49

Vedi anche: Cappella di San Giovanni Evangelista: testo a cura di Pieranna Magnano (Assoc. Centallo Viva) ed immagini dell’Archivio Centallo Viva.

SALUZZO (CN). Chiesa di San Giovanni, Cappella del Rosario, trittico della Madonna del Rosario.

saluzzo mad rosario ODDONE-bassa-risolNella chiesa saluzzese di San Giovanni, la seconda cappella della navata sinistra è detta Cappella del Rosario e fu eretta nel XVI secolo su progetto di Giovenale Boetto e poi rimaneggiata nel 1660. Ha una cupola ottagonale, stucchi, e la volta affrescata da Giovanni Claret; negli archi laterali sono raffigurati, a sinistra, uno scontro tra cavalieri e, a destra, la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571; la vittoria, secondo la tradizione, avvenne per intercessione della Madonna invocata con il Rosario; poi papa Gregorio XIII istituì in quella data la festa della Madonna del Rosario).
La cappella fu commissionata dal marchese Francesco Del Vasto di Saluzzo (1498 – 1537) «per esaudire il voto formulato dal padre Ludovico II (1438-1504) durante l’assedio di Saluzzo del 1487» (Caldera, 2008, p. 247).
Imponente, sulla parete di fondo, una macchina d’altare di legno dorato attribuita alla bottega dei Botto che ha come tema fondamentale la “salvezza” della città che si inserisce nella più ampia storia della salvezza cristiana (illustrata dai personaggi biblici raffigurati).
L’opera è divisa in tre parti da quattro grandi colonne tortili dorate che, dal basamento, salgono a sorreggere la trabeazione interrotta da un riquadro con un altorilievo ligneo che raffigura la visione di san Domenico che riceve il Rosario dalla Vergine. Sulla sommità, le statue lignee, a sinistra, di Davide con l’arpa e, a destra, di Mosè con le tavole della Legge.
image003saluzzo partLa macchina d’altare ospita centralmente il trittico, datato 1535 e firmato da Oddone Pascale.
Il pannello centrale raffigura la Madonna del Rosario tra san Giovanni Battista (a sinistra) e san Domenico; in basso un gruppo di fedeli oranti tra cui sono riconoscibili il marchese Francesco, a sinistra con un gruppo di uomini del seguito e, a destra, sua moglie Margherita di Roucy e le sue dame; i personaggi sono ben definiti nei tratti somatici.
La Vergine, con in braccio il Bambino, è sollevata da terra e appoggia i piedi su teste di angioletti; indossa un prezioso mantello aperto sopra il gruppo di fedeli, richiamando così l’iconografia della Madonna della Misericordia. Sia la Vergine che il Bambino recano in mano una corona del Rosario. Da notare che è rappresentata secondo una tradizione dell’epoca, cioè formata da 10 decine e terminante con una nappa (solo successivamente la forma si stabilizzerà con 5 decine e una catenella finale con cinque grani e il Crocifisso).
Il dipinto è contornato da 15 tondi o ovali che illustrano i Misteri del Rosario: 5 a sinistra e altrettanti a destra in verticale, al di sopra, nell’arco, gli altri cinque di forma ovale (vedi immagini al link: https://www.beweb.chiesacattolica.it/benistorici/bene/5246165/Oddone+Pascale+{b2959a7a213c8fc4c98bf03af7e2a269cea6d8bd71fee80d72f7a7cf4830079d}281535{b2959a7a213c8fc4c98bf03af7e2a269cea6d8bd71fee80d72f7a7cf4830079d}29{b2959a7a213c8fc4c98bf03af7e2a269cea6d8bd71fee80d72f7a7cf4830079d}2C+Mistero+del+Rosario+1-15#).

Giuditta Saluzzo 1611250435556_M5_widthIl pannello di sinistra del trittico rappresenta Giuditta che tiene in mano la testa di Oloferne, quello di destra Ester davanti ad Assuero; i due pannelli sono richiudibili e nella parte posteriore è raffigurata l’Annunciazione.
Saluzzo Ester -611250801687_M5_widthIl dipinto centrale della predella è un ex-voto che rappresenta Saluzzo assediata dalle truppe di Carlo I di Savoia nel 1487. In cielo, le figure di Maria e del beato Stefano Bandelli (domenicano, 1369-1450, che da allora diventò il secondo patrono di Saluzzo, dopo san Chiaffredo), che benedicono la città. Oddone raffigurò così la visione che, secondo la tradizione, ebbero i saluzzesi, i quali ritennero che la liberazione dall’asssedio fosse avvenuta grazie alla loro intercessione e ai rosari recitati.

La chiesa del convento di San Govanni, ha una secolare storia per la quale si rimanda a:
http://archeocarta.org/saluzzo-cn-chiesa-e-convento-di-san-giovanni/

Bibliografia:
– Caldera M., in Allemano R.; Damiano S.; Galante garone G. (a cura di), Arte nel territorio della Diocesi di Saluzzo, L’Artistica editrice, Savigliano CN 2008

Rilevatore: Angela Crosta, Aprile 2019

Immagine dell’assedio di Saluzzo:

saluzzo ODDONE- assedio Saluzzo1611302351112_M5_width

 

 

 

 – Vedi presentazione di Angela Crosta: Oddone politt SALUZZO-15-10-21

 – Vedi video di Angela Crosta: https://youtu.be/rkFEWNHucH0

FINALE LIGURE (Sv), Finalborgo. Ancona del martirio di santa Caterina, nella Collegiata di San Biagio.

3anconaODDONE Finalborgo-httpalfredo45.altervista.orgccccmarchesato6a.htmL’ancona, la cui principale raffigurazione è il Martirio di santa Caterina d’Alessandria (morta all’inizio del IV secolo), è in legno dorato con rilievi finementi lavorati, opera anch’essa di Oddone Pascale che era un ottimo ebanista, scultore e intagliatore.
Sotto il fastigio, nel timpano dell’ancona, una Pietà (che ricorda il Polittico della Collegiata di Revello), con ai lati due pannelli lignei finemente lavorati.
Ai lati della parte centrale, in due nicchie di piccole dimensioni, l’Annunciazione, con a sinistra l’arcangelo Gabriele e a destra la Vergine.
Al di sotto di queste figure, in due nicchie più grandi, sono raffigurati in piedi, a sinistra, san Pietro (con in mano la chiave) e, a destra, san Paolo. Castelnovi specifica che le due figure stanno «entro due nicchie ai lati del grande arco, nella cui profondità (spessore) trovano posto altre due tavole con i santi Domenico e Benedetto entro nicchie che corripondono alle precedenti».
Il dipinto centrale raffigura santa Caterina, con una corona decorata a pastiglia dorata, martirizzata dalle ruote puntute; l’agiografia racconta che l’intervento di due angeli (raffigurati nella parte superiore del dipinto) la salvarono, mentre le ruote spezzatesi colpirono molti soldati. L’imperatore allora le fece mozzare la testa. I soldati a terra sono simili a quelli a guardia del sepolcro del Cristo risorto dell’ancona di Staffarda. Sul basamento del trono dell’imperatore Massenzio vi è una didascalia: “MAXENTIVS. IUSIT./ CHATERINAM/ ROTIS CONFRINGI che spiega la scena.
Nella predella sono raffigurate due scene: a sinistra la decapitazione della Santa: la sua figura è inginocchiata e il carnefice campeggia al centro della scena; a destra gli angeli trasportano il corpo di santa Caterina sul monte Sinai alla luce di fiaccole. Castelnovi sottolinea che i bagliori della scena notturna ricordano il Purgatorio della Trinità di Revello. Il plinto al centro della scena reca una didascalia ormai poco leggibile probabilmente simile a quella sotto il trono della scena centrale.
Ai lati della predella due stemmi: a sinistra quello di Paolo del Carretto, vescovo e conte di Cahors morto nel 1553 e a destra quello di suo fratello Giovanni II, i probabili donatori dell’opera.
La chiesa e convento domenicano di Santa Caterina fu fondato nel 1359 dai marchesi Del Carretto. Nel 1864, in seguito alla soppressione degli enti ecclesiastici voluta dal Regno d’Italia, i frati furono allontanati con la forza, gli arredi sacri della chiesa vennero trasferiti nella chiesa di San Biagio o dispersi e gli spazi conventuali furono confiscati e trasformati in un penitenziario.
Per quella chiesa, nel 1533, Oddone Pascale esegui l’ancona con il Martirio di santa Caterina destinato all’altare maggiore della chiesa dei Domenicani. La data è incisa sul fastigio dell’ancona.
Dal complesso di Finalborgo provenivano anche quattro tele a monocromo (Portofino, Castello di S. Giorgio e collezione privata – vedi relative schede) raffiguranti Storie di Ester e Storie di Giuditta (Castelnovi, 1982, pp. 62 s.), le quali «facevano verosimilmente parte della cortina di protezione del polittico». (Caldera, 2008, p. 247 n. 137), iconografia che l’artista ripropose nei pannelli laterali della pala della Madonna del Rosario nella chiesa saluzzese di San Giovanni.

La chiesa di San Biagio, che ora conserva l’opera sul secondo altare della navata destra, compare per la prima volta in un documento scritto solo nel 1261. La chiesa antica, di cui non si conosce l’origine, era posta dall’altro lato del torrente Aquila, ma fu ricostruita entro il perimetro delle mura di Finalborgo nel 1372-75. Una seconda ricostruzione e ampliamento ebbe luogo nel XVII secolo, tra il 1633 e il 1650, quando l’orientamento della chiesa fu ruotato di 90 gradi. L’abside e le cappelle absidali della chiesa trecentesca sono state conservate parzialmente nel breve spazio fra la chiesa secentesca e le mura. Ha pianta a croce latina divisa in tre navate con cupola centrale e conserva l’originario campanile ottagonale con sottili bifore appoggiato su di una preesistente torre difensiva anteriore al 1452. La facciata si presenta incompiuta in pietra grezza.

Bibliografia:
– AA. VV., La chiesa e il Convento di Santa Caterina in Finalborgo, Genova, Sagep, 1982
– Bixio L.A., Blasonatura a Finale Ligure- Gli stemmi attraverso la storia, Quaderni della biblioteca, anno V – 1, 2008
– Castelnovi G.V., L’ancona di S. Caterina nella parrocchiale di Finalborgo, Istituto di Studi liguri, Bordighiera 1950, estr. da «Rivista Ingauna e Intemelia», n.s., a. V, n° 2, 1950, pp. 29-33 – Vedi allegato: Castelnovi Finalborgo
– Gabrielli N., Un nuovo Pascale Oddone, in «Bollettino della Società Piemontese d’Archeologia e Belle Arti», III, 1949
– Murialdo G., Il pagamento a Oddone Pascale dell’ancona di Santa Caterina in Finalborgo, in «Rivista Ingauna e Intemelia», n.s., aa. XXXI-XXXIII , 1976-1978, nn. 1-4, pp. 162-163.

Rilevatore: Angela Crosta, 9 aprile 2019

 – Vedi presentazione di Angela Crosta: Oddone politt SALUZZO-15-10-21

 – Vedi video di Angela Crosta: https://youtu.be/rkFEWNHucH0

BAGNOLO PIEMONTE (Cn), fraz. Villar. Predella dell’altare della Madonna del Carmelo, nella chiesa di San Giovanni Battista.

madonna-carmelo-altareNella frazione Villar di Bagnolo Piemonte sorge la chiesa intitolata a San Giovanni Battista; nella navata di sinistra si trova l’altare dedicato alla Madonna del Monte Carmelo, patrona della parrocchia. Sull’altare campeggia, in un’elaborata cornice settecentesca, un quadro raffigurante la Madonna del Carmelo con il Bambino sulle ginocchia, attorniata da una corona di quattro angeli; la tavola originale che, insieme alla predella, fu attribuita da Santanera a Giuseppe Giovenone, fu purtroppo trafugata nel gennaio 1974 e il dipinto attuale è una riproduzione abbastanza fedele, opera del saluzzese Vittorio Dotto.

predella-completaL’altare conserva, sotto il quadro, la predella, opera attribuita a Oddone Pascale che porta la data del 2 maggio 1539 (oppure 1529); la datazione è coerente con le caratteristiche degli abiti e delle acconciature dei personaggi ritratti.

 

 

p5p4La prima attribuzione della predella a Giovenone fu respinta da Andreina Griseri e da Aimaro Oreglia d’Isola. L’attribuzione a Oddone è accettata anche da Simone Baiocco e da Bruno Cilento & Massimiliano Caldera. (vedi bibliografia)
La predella raffigura alcuni fedeli ai lati della Vergine o, seondo altre denominazioni, la comunità di Villar ai piedi della Vergine. Pur nelle ridotte dimensioni, i personaggi ricordano quelli del trittico della Madonna del Rosario nella chiesa di San Giovanni a Saluzzo; la differenza e la particolarità è che la predella, probabilmente voluta dall’antica comunità del luogo, raffigura non solo il conte, la sua famiglia e il suo altolocato seguito, ma anche umili abitanti di Villar.
p3p2Il dipinto, su tavola lignea, è stata accuratamente restaurato nel 1991. Santanera ha ipotizzato l’identità di alcuni dei personaggi raffigurati.
Tutti i fedeli sono inginocchiati e, come era tradizione all’epoca nelle immagini sacre, a sinistra stanno gli uomini e a destra le donne, tutte con in mano la corona del Rosario; i due gruppi convergono verso il centro dove è la Madonna.
Sull’estrema destra del dipinto, san Pietro, in piedi, protegge (o incoraggia tenendole una mano sulla spalla) una contadina o una domestica perchè ha un abito molto modesto; seguono due popolane, in abiti semplici e con il grembiule; poi due nobildonne giovani, probabilmente le nuore del conte, che indossano vesti elaborate; ai piedi della Madonna, due nobili dame riccamente abbigliate e con gioielli, presumibilmente la moglie e la figlia del conte.
p1Al centro della predella, sta in piedi la Vergine con in braccio il Bambino benedicente.
Nel gruppo di uomini, all’estrema sinistra, c’è san Giovanni Battista che, in piedi, accompagna o guida un uomo con abiti dimessi che tiene un rosario; poi due borghesi con abiti eleganti; seguono due notabili con ricchi abiti, forse familiari del conte; infine un chierico, riconoscibile per la cotta bianca, probabilmente il prevosto di Villar, e accanto a lui il conte Ludovico Malingri di Bagnolo con un suntuoso mantello rosso.

Per la storia e descrizione della chiesa di Villar si rimanda a:
http://archeocarta.org/bagnolo-piemonte-cn-campanile-di-s-pietro-e-chiesa-di-s-giovanni-battista-villar/

La famiglia dei Malingri conti di Bagnolo, signori di Cantogno, era originaria di St. Génix nel Belley, venne in Piemonte nella metà del 1300 e iniziò una crescente influenza sul territorio di Bagnolo incrementando col tempo le proprietà feudali. Nel 1400 Amedeo di Savoia-Acaja fece spostare la sede del comune dalla località del Villar nell’odierna posizione, più favorevole ai commerci. A Villar sorgeva il primo castello, passato poi ai Savoia e quasi distrutto nel 1592 durante la guerra con i Francesi. L’infeudazione dei Malingri avvenne nel 1412 con un investitura ufficiale da parte del principe Ludovico di Avoia-Acaja (confermata nel 1415 dall’imperatore Sigismondo).

sinistracentroBibliografia:
– Griseri A., Una predella di Pascale Oddone, in Studi piemontesi, XXI (1992), pp. 131 segg.
– Santanera O. Il pittore Giuseppe Giovenone il Vecchio, in: Bollettino storico vercellese 18-1, 1982, pp. 131-175
– Oreglia d’Isola A., Quando il restauro si fa preghiera, in: Corriere di Saluzzo del 29 marzo 1991
– Baiocco S., Oddone Pascale e l’eredità di Gandolfino da Roreto nel Piemonte meridionale, in Intorno a Macrino d’Alba. Aspetti e problemi di cultura figurativa del Rinascimento in Piemonte. Atti della Giornata di studi, Alba 2001, Savigliano (CN) 2002, pp. 103-116
– Cilento B.; Caldera M., Napoleone e il Piemonte – Capolavori ritrovati, L’Artistica, Savigliano (Cn) 2005, scheda 33, p. 214

destraImmagini tratte da https://villar.bagnolopiemonte.com/index.php/la-predella-dell-altare-madonna-del-carmelo

Data: 15 aprile 2019

Rilevatore: Angela Crosta

RUFFIA (Cn). Pilone votivo, affreschi (attribuibili a Oddone Pascale).

PILONE VOTIVO RUFFIA (2)Il pilone votivo, ubicato lungo la strada comunale verso il cimitero (via Vittorio Veneto, 23), ha struttura in muratura di mattoni, in parte intonacata e coperta da coppi. La pianta è triangolare. Il lato rivolto a nord, verso la campagna, è privo di decorazioni, gli altri due presentano affreschi cinquecenteschi (attribuiti a Oddone Pascale, da Baiocco e da Galante Garrone), racchiusi in due nicchie inquadrate da lesene decorate.
pilone_votivoruffia-1000x288-150x150Nella nicchia che dà sulla pubblica via è affrescata la Vergine con il Cristo morto tra S. Sebastiano e S. Rocco, sui piedritti interni e sull’archivolto sono riprodotti motivi decorativi a candelabro e rosoni; in alto sembra sia disegnato il Giudizio Universale.
Le lesene esterne sono abbellite con grottesche, S. Cristoforo e S. Antonio.
L’altra nicchia, rivolta verso un viottolo campestre, presenta l’Assunzione di Maria Vergine circondata da angioletti, con sopra il Cristo e in basso gli Apostoli.
I piedritti e l’archivolto sono decorati a candelabro e rosoni; sopra l’arco S. Giorgio e la Principessa; sulle lesene laterali S. Giovanni Battista e forse S. Francesco, con putti e grottesche.

pilone_votivoruffia-1000x288Riferimenti storici: nel corso del XVI secolo il territorio del saviglianese è conteso fra il Marchese di Saluzzo, Francesco, alleato del re di Francia, Francesco I, e il duca di Savoia Carlo III, alleato con l’imperatore Carlo V. Nel 1548 finisce il marchesato di Saluzzo per estinzione della dinastia, il territorio viene occupato dal re di Francia Enrico II. Negli anni successivi continua la guerra tra Francia e Savoia, con alterne vicende, fino al trattato di Lione del 1601, in base al quale il marchesato viene definitivamente annesso ai domini sabaudi.

PILONE VOTIVO RUFFIA (1)Autore degli affreschi: Secondo Rosalba Amerio i dipinti sono “opera di pittore piemontese, dotato di buona cultura, abilità tecnica ed entrato ormai nell’orbita rinascimentale per l’ampliarsi delle proporzioni delle figure, per lo studio della prospettiva, per l’inquadratura equilibrata della composizione”.
Databili fra il primo e il secondo quarto del XVI secolo, presentano stretti rapporti con l’arte di Oddone Pascale, specie con la sua pala di Staffarda (datata 1531) e più ancora con quella di San Giovanni di Saluzzo (datata 1535). Nelle piccole scene in alto con il San Giorgio e il Giudizio si nota una maggiore intromissione di elementi narrativi e decorativi, di maggior movimento quale si ritrova in tutte le piccole composizioni delle opere di Oddone Pascale.

ruffia pilone restauratoStato di conservazione del pilone:
Lo stato era molto degradato, ma nel 2012-2013 è stato completamente restaurato nella muratura, nella copertura e sono state risanate le fondazioni per eliminare l’umidità di risalita che ha danneggiato la parte inferiore degli affreschi. Lo spazio attorno al pilone è stato riallestito.
Sotto diretta sorveglianza e indicazioni delle competenti Soprintendenze, la pellicola pittorica è stata consolidata e poi fissata; dopo accurata ripulitura, si è proceduto all’integrazione delle lacune di intonaco presenti all’interno della superficie affrescata e poi all’integrazione pittorica a tono e/o a sottotono con colori ad acquerello e aggiunta di legante per esterni e stesura finale di protettivo idrorepellente.

Bibliografia:

– VACCHETTA G., Ruffia ieri, ediz. a cura del comune di Cuffia, Banca CRS, Fondazione CRS-Cassa di Risparmio Savigliano
– R. AMERIO, Affreschi e dipinti cinque e seicenteschi nel saluzzese, in Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e di Belle Arti, nuova serie, anni XIV-XV-1960-1961.
– BAIOCCO S., Oddone Pascale e l’eredità di Gandolfino da Roreto nel Piemonte meridionale, in Intorno a Macrino d’Alba. Aspetti e problemi di cultura figurativa del Rinascimento in Piemonte. Atti della Giornata di studi, Alba… 2001, Savigliano 2002, pp. 103-116
– GAKANTE GARRONE G., Attorno a una Madonna. Il restauro degli affreschi dedicati a s. Giovanni Evangelista a Centallo, in Bollettino della Società per gli studi storici, archeologici e artistici della Provincia di Cuneo, 1994, vol. 111, p. 26 n. 11

Internet:
http://studiobrunettiarchitettura.com/architettura/pilone-votivo-di-ruffia-cn.html (per il restauro)

Immagini: https://mapio.net/